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Avviati i lavori della casa dell'acqua in via dei Mille, vicino alla Caserma dei Carabinieri

Arriva la “Casa dell'acqua”.
Non è un'attrazione da parco dei divertimenti ma un tentativo di ridurre la produzione di rifiuti in plastica.
Partendo dal presupposto che ormai quasi tutte le famiglie italiane, quindi anche quelle montecalvesi, utilizzano quotidianamente l'acqua minerale, l'amministrazione comunale ha pensato di realizzare un impianto che la produce sia liscia che gassata. 
Si tratta di un dispositivo che partendo dall'acqua delle condotte idriche riesce a filtrarla ed a gasarla in modo da adattarla al gusto dei consumatori.
L'impianto sarà dotato di un lettore di carte magnetiche con il quale sarà possibile prelevare l'acqua. In sostanza i cittadini si potranno recare al distributore con i recipienti e potranno prelevare i quantitativi desiderati di acqua.
Molto contenuti i costi.

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La tarantella Montecalvese ed i suoi equivoci

La tarantella napoletana nacque a Napoli ai primi del ‘700.
A quel tempo le coppie si conoscevano tramite le famiglie.
L'amore tra i giovani era platonico. Era molto difficile avere dei contatti, potevano solo guardarsi e sorridersi.
I genitori accorgendosi delle simpatie reciproche tra i loro figli organizzavano delle festicciole che finivano sempre a tarallucci e vino (queste erano le loro possibilità!). 
Sul finire delle festicciole c’era sempre la tarantella.
Anche perché in quell’epoca nelle famiglie non mancava mai un mandolino e un tamburello. 
In seguito un grande maestro napoletano Raffaele Donnarumma musicò la prima tarantella. E man mano venne figurata con vari quadri che mascheravano dietro il ballo momenti in cui era possibile di guardarsi negli occhi o in viso, sentire i primi contatti fisici dove dalla stretta della mano stessa, si poteva capire l'intensità dell'amore che stava per nascere, fino ad abbracciarsi in girotondo facendo capire che la loro felicità in seguito si poteva trasfomare in amore.

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Montecalvo Irpino 1930: memorie

A Montecalvo descrivere quel che desta nell’animo mio lo spettacolo terribile della strage di Montecalvo è impresa difficile quanto quella di voler definire quale sensazione di autentico raccapriccio m’abbia pervaso e colpito fin dall’ingresso in paese.
Ì proprio in questo comune che la irreparabilità e consistenza del disastro assume veste e colore di tragedia imponderabile.
M’inoltro per le deserte strade di questo paese ove manco da un mese appena, e qualcosa mi si  stringe ed accartoccia nell’intimo, qualcosa freme nella mia subcoscienza.
L’accesso alle strade maggiormente colpite è rigorosamente vietato, stante il gravissimo pericolo d’improvvisi crolli.
Attraversare un Comune devastato, in veste di turisti, attraversarlo come fanno alcuni... necrofili o necrofori che dir si voglia, produce indubbiamente una impressione assai viva. Ma tornare in un paese che si conosce bene, che si è visto altre volte, tornarvi all’indomani di un disastro colossale per vederlo crollato, per sentirlo deserto e per non riconoscervi che dei frammenti, dei residui, delle semplici tracce, è più straziante d’un martirio. Procedo in silenzio, a capo basso, quasi tenga coda all’invisibile corteo di tutte le vittime della notte, mentre ogni cosa, a me d’intorno, ed ogni pietra, parmi trasudi e stilli sangue. Nella parte più alta del paese è una rovina indescrivibile. 

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Le Janare

Le janare sono figure caratteristiche della civiltà contadina.
Nella tradizione, esse erano fattucchiere in grado di compiere malefici ed incantesimi, di preparare filtri magici e pozioni in grado di procurare aborti.
Tuttavia non si conosceva l'identità delle janare: esse di giorno potevano condurre una esistenza tranquilla senza dare adito a sospetti.
Di notte, però, dopo essersi cosparse le ascelle (secondo altri il petto) di un unguento magico, esse avevano la capacità di spiccare il volo lanciandosi nel vuoto a cavallo di una granata, cioè una scopa costruita con saggina essiccata.
Nel momento del balzo, pronunciavano la frase: Sott'a l'acqua, sott'a 'r vient, sott'a la noc d' Bnvient -  (sotto l'acqua e nel vento, sotto il noce di Benevento) (qualcuno ha avanzato l'ipotesi che il misterioso unguento fosse una sostanza allucinogena.
In tal caso alcune delle storie fantastiche che si raccontano sarebbero nate dalle allucinazioni vissute delle persone che facevano uso di tale unguento).

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Guerrisi Michele

Guerrisi Michele

Nacque a Cittanova, presso Reggio di Calabria, il 23 febbr. 1893 da Pasquale e Filomena Barbaro, di Palmi.
Alle sue origini il G. diede sempre valore simbolico, tale da stabilire un legame tra sé e la cultura della Magna Grecia, come egli afferma nell'autobiografia (M. G., Roma 1957) che, nonostante l'approssimazione di molti dati, risulta di grande interesse per poter tracciare l'iter della sua formazione artistica e per seguire l'evoluzione del suo pensiero estetico.  

Trasferitosi a Palmi per frequentare il ginnasio, ebbe modo di ricevere una prima educazione pittorica presso lo studio di Domenico Augimeri, artista formatosi con Domenico Morelli e Filippo Palizzi.
A sedici anni fu iscritto dal padre al liceo Galileo Galilei di Firenze;
e il G. considerò sempre questo soggiorno fiorentino una tappa fondamentale per la sua formazione.

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